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Abstract: . . . limitarono lo sbilancio nel conto di tesoreria provinciale, prima a 50 miliardi e quindi al 14% della spesa effettiva (indicata nei bilanci di previsione e successivi bilanci di variazione). Di fatto, l'importo delle anticipazioni temporanee (100 miliardi) e straordinarie (343 miliardi), in essere nel 1947, non fu superato neppure in seguito e, nel periodo fino al 1950, il conto corrente per il servizio di tesoreria segnò soltanto nel 1948 e nel 1949 un saldo debitore, rispettivamente di 77 e 75 miliardi. 5.2 La politica di bilancio. Se non vi è dubbio che il peso del Debito Pubblico poté essere nettamente ridotto rispetto al periodo anteguerra grazie unicamente all'inflazione, la lenta dinamica imposta al medesimo nei cinque anni dal 1946 al 1950 fu soprattutto frutto di una scelta deliberata in materia di politica finanziaria e monetaria. Malgrado le impellenti necessità di spesa connesse con la ricostruzione, in un clima sociale tanto difficile, e nonostante le difficoltà di espansione delle entrate ordinarie, il rifiuto delle autorità all'indebitamento, come mezzo ordinario di copertura delle uscite di bilancio, suonava netto e programmatico; come risulta evidente, per esempio, dalla Relazione per il 1948, dove il nuovo Governatore della Banca d'Italia, Donato Menichella, benché con un'intonazione equilibrata e attenta a distinguere tra erogazioni pubbliche correnti e in conto capitale, dichiara espressamente il suo disfavore verso il "deficit spending". "Esiste ( ... ) una relazione meno immediata, ma alla lunga non meno significativa, tra la tenuta della moneta ed il carattere produttivo o consuntivo delle spese finanziate con il deficit di bilancio. In breve si tratta di ciò: che quando lo Stato fa appello al risparmio volontario per coprire spese correnti, esso trasforma una somma di decisioni individuali a risparmiare in una decisione sociale a consumare, cioè modifica surrettiziamente la distribuzione dei consumi nel tempo, riducendo il tasso di formazione del capitale che gli imprenditori e i padri di famiglia avevano ritenuto appropriato; e accumula, per tal modo, un potenziale d'inflazione" (60). In concreto, il Debito Pubblico che a fine dicembre 1945 uguagliava il 53% del PIL, scese al 23% nel corso dei due anni successivi, giovandosi anche dell'impennata inflazionistica del biennio 1946-47, per poi salire a fine 1950 soltanto al 30%. (60) Banca d'Italia (1949) p. 121. Page 54 48 PARTE PRIMA - CAPITOLO 5 La caduta del rapporto Debito/PIL che si ottenne complessivamente dal gennaio 1946 al dicembre 1950, a differenza di quella registrata alla fine del quinquennio precedente, va ascritta soltanto per una piccola parte a merito dell'inflazione. Anzitutto perché la lievitazione dei prezzi sviluppatasi nel quinquennio dopo la guerra si manifestò forte ma non epocale. Posto uguale a 100 il livello dei prezzi all'ingrosso e quello dei prezzi al consumo del 1940, l'indice di fine 1945 raggiunse rispettivamente 1692 e 1963. Invece, fissato a 100 . . . --3000,1,1500,3095,121441
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